Cinque anni di vita
al Rossi...
Alcuni
giorni fa abbiamo condotto una sorta d'inchiesta tra gli
alunni di qualche classe quinta, chiedendo cosa il ROSSI
ha dato loro e come si sono trovati, in cinque anni (o
più) in questa scuola , e che intenzioni hanno per il
futuro. Alcuni di loro hanno affermato che questa scuola
ha favorito una buona formazione culturale e morale,
latri che, nonostante siano stati difficili, sono stati
molto utili perché si può riuscire bene in molti campi.
Dopo la scuola molti andranno a lavorare, un po' meno
continueranno gli studi, numerosi anche gli indecisi che
pensano di aspettare di avere il diploma in mano prima di
porsi la domanda: "e adesso cosa faccio?";
sembra comunque che la prima decisione sia quella più
gettonata. Riguardo al lavoro, la maggioranza pensa che
il diploma del "ROSSI" sia molto richiesto,
nonostante sia difficile poter trovare un posto nel
settore in cui si è specializzati. In somma, i
"nonni" non sembrano avere le idee chiarissime,
ma una cosa è certa: prima si esce, meglio è!!!
Marco Bedin, 2^C e Enrico Mozzato, 1^A
Bilancio
di cinque anni al Rossi.
Vorrei fare una
precisazione: per me, in realtà, non sono stati cinque
anni ma solamente quattro; questo perché provengo da
un'altra regione (la Lombardia, più precisamente da
Saronno in provincia di Varese) e sono arrivato qui
direttamente in seconda. Ad ogni modo, nel primo anno, ho
pur sempre frequentato un Istituto Tecnico Industriale
(il "Giulio Riva"
sempre per essere
precisi!) e quindi l'ambiente e l'impostazione scolastica
non si discostava poi molto da quella che ho trovato
venendo qui. Sebbene non abbia dimenticato il mio primo
anno alle "superiori", mi limiterò a
considerare gli anni passati qui con voi e, su questi,
fare le dovute considerazioni.
La prima
impressione è che tutto questo tempo sia volato via
rapidissimamente: questo è sicuramente un fatto strano
visto che molti la pensano in maniera alquanto diversa.
L'unica spiegazione che posso dare a riguardo è che qui
al Rossi non mi sono annoiato neanche un istante; sono
sempre stato coinvolto nelle iniziative scolastiche e
questo fatto, ha provocato in me un "insano
attaccamento a queste quattro mura" in via Legione
Gallieno.
Al mio arrivo in
seconda, dovetti fare i conti con le varie forme di
intolleranza dovute alla mia provenienza: pensate che per
qualche vocale un po' "aperta", qualche accento
di troppo ed alcune frasi condite di forme dialettali
presto dimenticate, una ragazza (con qualche problema
mentale oltre che ignorante in geografia, ndr) mi ha
detto in faccia: "Ma come parli?! Sei forse
terrone?". Un po' confuso non risposi a quella
domanda ma fra me e me la questione mi fece ridere:
"Chissà come si sarebbe comportato il varesotto
Bossi in una simile situazione; sarebbe forse caduto in
una crisi epilettica?"
Situazioni
imbarazzanti a parte, questo tipo di esperienze mi hanno
insegnato a portare più rispetto per le persone e
riflettere attentamente sul significato delle parole
quando si debbono esprimere dei giudizi su qualcuno.
La terza, fu un
nuovo (il terzo consecutivo) anno di cambiamenti: nuovi
compagni, professori e materie studiate. Dal punto di
vista scolastico, è stato quello più difficile: non era
la prima volta che avevo difficoltà in qualche materia
ma constatai, come dato di conforto, che ogni anno mi
capitava in una materia diversa da quella dell'anno
precedente, per la serie: in prima decido di andar male
in italiano, in seconda matematica ed in terza
prendiamocela pure con quello di tecnologia
La
morale insegnatami in terza è quindi quella di accettare
le cose con filosofia !
La quarta e la
quinta, che ancora frequento, sono stati due anni di
relativa stabilità: terminata la terza, scelsi di
proseguire e specializzarmi in lavorazioni subacquee e
tecnica iperbarica come molti dei miei compagni di
classe. Nel "corso sub" vedevo l'opportunità
di fare nuove ed inimitabili esperienze oltre che
l'ottenere un titolo di studio di prestigio nazionale ed
europeo. Non sono deluso della scelta fatta ma ad essere
sincero, con tutto il rispetto dovuto ai professori del
corso ed alle autorità scolastiche, mi sarei aspettato
qualcosa in più. Questo qualcosa in più credo che non
lo si debba cercare in nuovi percorsi didattici e
formativi ma in un più equilibrato rapporto di
collaborazione fra allievi, insegnanti ed autorità
scolastiche. Non voglio addentrarmi in una questione che
per certi versi può diventare alquanto spinosa, ma
vorrei esprimere il desiderio di vedere, in un prossimo
futuro, il corso sub non più sotto una veste
"sperimentale" (com'è ancor oggi, sebbene
siano passati trent'anni dal suo inizio) ma al pari degli
altri corsi previsti dai normali programmi ministeriali.
Roberto
Fusi, 5^Sub
Andrea
Nicoletti racconta: "le mie prigioni"
Sono arrivato
anch'io all'ultimo anno e come per molte miei coetanei è
venuto il momento di fare un bilancio dei miei cinque
anni trascorsi qui al Rossi.
Dal 93 a oggi in me
sono cambiate molte cose, se quando sono arrivato in
prima ero una burba spaventata da questo grande istituto,
ora mi vedo più responsabile e mi sento pronto ad
affrontare tutte le situazione che si presenteranno fuori
da scuola.
Molte persone,
quando sentivano parlare di questo ambiente mi dicevano
che dal Rossi non escono solo periti ma soprattutto
uomini, ora credo di capire meglio quello che volevano
trasmettermi.
Questo istituto ha
sicuramente contribuito a formarmi come persona , mi ha
insegnato a non arrendermi, a lottare per difendere le
mie idee: il Rossi è una scuola che insegna perché
"obbliga" degli adolescenti a fare progetti per
raggiungere dei risultati.
Per un giovane è
molto difficile pianificare il proprio futuro,
soprattutto in una realtà come la nostra in cui un
giovane riesce a trovare facili guadagni ; il lavoro
immediato dopo la terza media può sembrare il massimo
per un ragazzo ma si troverà costretto per tutta la vita
a non aspirare a niente di meglio.
Studiare per il
futuro, è questo il messaggio che il Rossi trasmette e
non esistono materie o professori che lo possano
spiegare; non penso che sia merito di qualcuno in
particolare è proprio il nostro genere di scuola che ci
insegna a ragionare dandoci gli strumenti necessari.
Ognuno a scuola
deve fare delle scelte, costruire il proprio cammino ;
proprio per questo io ho deciso di candidarmi come
rappresentate di istituto.
La mia scelta non
è stata capita ne dai miei insegnanti ne dai miei
genitori perché vedevano il mio ruolo di rappresentante
come una perdita di tempo.
Secondo me
,organizzare incontri e assemblee o imparare da solo ad
avvicinarsi a testi giuridici e decreti legislativi sia
molto importante .Per molti invece l'unica cosa che conta
è la lezione canonica si pensa che dei ragazzi non siano
all'altezza di cavarsela da soli.
In molte lezioni di
religione abbiamo parlato della scuola d'oggi e
sinceramente sono d'accordo con i miei compagni che
pensano che la scuola voglia clonare i ragazzi e non
farli diventare persone libere.
Per questo non
penso si debba giudicare un ragazzo per i suoi risultati
scolastici, infatti, un cattivo studente spesso non è un
cattivo ragazzo.
Questi
probabilmente sono i limiti di questa scuola e li ho
riscontrati di persona vedendo tutte le difficoltà che
mi sono state poste davanti; ora, però ,riconosco di non
aver sbagliato e sicuramente rifarei le stesse scelte.
Sono soddisfatto di aver frequentato questo istituto e di
essermi candidato come rappresentante; non sarò uno
studente modello da ricordare negli annali per i propri
risultati scolastici, ma penso che l'importante sia
essere soddisfatti del cammino percorso e non dover mai
recriminare in futuro le proprie scelte.
Questo è il mio
ultimo articolo sul Rossi Life perché mi appresto ad
uscire; non posso finire il mio bilancio senza augurare
buona fortuna a tutte le componenti di questa scuola,
comprese le persone che non mi hanno proprio appoggiato,
perché nella vita è importante anche il ruolo
dell'antagonista.
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